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BOVINDI – parte seconda

6 novembre 2010

Bovindi – parte seconda

Il circolo della Caccia Disinteressata trovava la sua collocazione in Corso Cimento, principale via cittadina.

L’imponente palazzotto in stile rococo’, nacque dalla forte volontà del fondatore: Gianpistillo Omero Bruscandoli, conte degli Irsuti e Cavaliere del Lavoro.

Gianpistillo fu figura assai curiosa. Amante oltremodo del teatro, impegnò notevole parte delle risorse del natio casato per difendere ciò che riteneva una sua invenzione: il sipario.

Occupò quattro lustri nell’intentar causa a tutti i teatri che visitava e ai quali vietava l’utilizzo del sipario. A causa del suo divieto, spesso esclamato a gran voce ed a rappresentazione iniziata, il conte ricavava inevitabilmente insulti e pernacchie che lo costringevano in seguito ad agire legalmente per salvaguardare e l’onore e l’invenzione.

Il conte amava immensamente attorniarsi di lacchè e adulatori. Tra questi, numerosi avvocati lungimiranti lo rassicuravano della bontà delle sue convinzioni e della giustezza dei suoi diritti.

Il resto delle sue frequentazioni, sebbene sempre rispettose, lo riteneva semplicemente un coglione.

Passati inutilmente i quattro lustri e colto da dubbio, il conte si recò presso il Monastero del Giusto e Solatìo Viandante della Misericordia, tenuto dall’ordine dei frati cammellati di Cafarnao, dove ebbe colloquio con il Priore frate Gianbiscotto il quale, rassicurandolo della bontà delle sue convinzioni e della giustezza dei suoi diritti, tuttavia lo convinse a cambiare campo di interessi.

In cambio il Monastero ebbe un’area di ristoro offerta dal rasserenato conte e dedicata ad uso esclusivo del Viandante della Misericordia.

All’interno dell’area vi trovavano degna collocazione numerose piscine termali, alcune dotate di massaggio idrico. Il ribollio dell’acqua, tipico del massaggio idrico, veniva ottenuto a fiato.

Numerosi fraticelli, strappati alle campagne, provvedevano oranti all’uopo.

Per pura disdetta, nessun Viandante della Misericordia ebbe mai a visitare l’area di ristoro termale dal momento che, alla conclusione delle opere di realizzazione delle piscine, il Monastero obtorto collo cambiò nome in Monastero della Giusta e Bacìa Meditazione, ad uso esclusivo dei frati cammellati di Cafarnao che ivi svolgevano lunghe penitenze in piscina.

Gianpistillo Omero Bruscandoli, conte degli Irsuti e Cavaliere del Lavoro fece quindi ritorno alla sua magione e colà decise di dedicarsi anima e corpo alla caccia, attività più adatta ai suoi sedici quarti di nobiltà.

Tale decisione gli fu suggerita dai suoi guardacaccia.

Va detto che i rudi uomini dei boschi con tabarro e doppietta, covavano da tempo una robusta invidia nei confronti degli avvocati lungimiranti di cui sopra. Per questo e per voler celebrare la nuova passione del conte, per tre giorni e tre notti rivolsero frizzi, lazzi e sonori sberleffi all’indirizzo dei legulei.

In particolare si accanirono su madri e sorelle sospettate di avere una dubbia moralità. Avendo generato cotanta prole, più di una dimostrò effettivamente di possedere tale dubbia moralità.

In ogni caso, il conte divenne in breve tempo un cacciatore provetto.

Tra le tante cose, introdusse l’ardimentoso uso di liberare la preda ad un metro dalla sua doppietta, pregiato artefatto finemente istoriato con scene di caccia dell’antichità greca e babilonese.

Al colpire della preda, una folla prezzolata esplodeva in applausi appassionati.

Ovviamente il tutto si teneva in un anfiteatro ligneo. Sulle gradinate festanti sedeva la folla, nell’atto di ammirare il conte nobilmente assiso al centro dell’anfiteatro e nel procinto di cacciare indomite e pericolose fiere.

Nella maggior parte dei casi si trattava di lepri e conigli preventivamente drogati.

Dopo che la sua fama di gran cacciatore si sparse negli ambienti che contano, dei costruttori suoi  ammiratori gli suggerirono che, per celebrare degnamente la sua gloria, si sarebbe dovuto edificare un circolo della caccia che desse lustro alla città e fosse di invidia alle città circostanti.

Il conte, tra una lepre e l’altra, firmò il contratto seduta stante.

Per festeggiare l’opera prossima, i costruttori inviarono squadre intere di geometri e capimastro a subissare di scherni e pernacchioni i guardacaccia.

La festa non riuscì gran bene perché i guardacaccia, poco adusi all’ironia, risposero con le doppiette.

Al circolo, sul frontespizio dell’altana, trova ancora oggi bello spazio una targa a ricordo del geom. Giantrapezio Cazzuola, perito in tale circostanza.

Ed eccoci dunque arrivati al punto in cui il nostro Giantremendo Torcone si appresta ad accedere all’interno del circolo della caccia Disinteressata, certo di trovare aiuto e sostegno in siffatto consesso di menti e animi ancori memori del solco tracciato dal glorioso Gianpistillo Omero Bruscandoli, conte degli Irsuti e Cavaliere del Lavoro.

Fine della seconda puntata.

BOVINDI – prima parte

25 ottobre 2010

Siamo seduti su di un comodo canapè, anche noi curiosi di assistere al passaggio.

La giornata è mite, il cielo terso, gli alberi svettano all’orizzonte.

La posizione sull’ampio terrazzo è a dire il vero comoda e fresca.

La visuale alta afferra l’intera via.

Di sotto la folla attende, un insistente brusio si snoda di bocca in bocca.

Una giovine donna scolora solo all’idea della futura visione.

Un uomo la rincuora sostenendola con maschia presa, tuttavia agognando anch’egli la vista di colui che solo può essere!

Un’anziana signora, invero piuttosto civettuola, si fa aria col ventaglio. L’intenzione neanche tanto celata, dell’ampio svolazzo è assicurarsi uno spazio certo di mira.

Un distinto signore posiziona la sua fotocamera a soffietto all’angolo della strada. Tiene alto un trespolo carico di magnesio. Il braccio trema: tiene la posizione da svariato tempo ma non demorde.

Un simpatico frugoletto sgranocchia una mela e ammira stupito la folla in trepidante attesa.

Si chiede cosa stia per accadere. Tenta di chiederlo agli adulti là vicini ma nessuno gli presta attenzione.

Tutti sono rivolti all’inizio della via. Centinaia e centinaia di colli torti e ritorti. Centinaia di fiati sospesi e di mani nervosamente torte.

All’improvviso un sussulto rapido attraversa la folla.

Ma chi è! Lo sguardo fiero, l’incedere sicuro, alta la fronte, forti le mani!

Ma chi è! Largo, genti! Fate passare colui che solo può essere!

Aspetta, stolto: attendi!

Non è lui, è solo un epigono, scialba patetica imitazione…

Mai, il Nostro indosserebbe con tanta sciatteria la sciarpa, il drappo dorato che adorna la sua nobile cervice!

E attendiamo allora…attendiamo tesi e pronti.

Attendi tu, io vado ad ingollare un Fernet caldo.

Io un rabarbaro.

Nel frattempo, in un tiepido boudoir, Giantremendo Torcone, detto “ Fifì”, sussurra parole dolci all’orecchio di Donna Elpida. Donna Elpida è piuttosto infastidita. Giantremendo possiede infatti una piorrea infettiva di tutto rispetto. Il fiato che esala dalle fauci impestate è in grado di piegare i metalli.

Peccato.

Preso così, sarebbe anche un bel giovine ma questo difetto è assai di impedimento al proseguire favorevole dell’incontro.

Con una scusa antica, Donna Elpida si strappa all’assalto fetente di Fifì e rapida conquista il bovindo.

“Fifì, cosa sarebbe tutta questa folla che accalca la pubblica via?”

“Donna Elpida, stamane al Caffè de la Pè ho sentito dell’arrivo di un tale, pare patriota e poeta. Il Dottor Gianterenzio Marinone, sensale e notaio, diceva dell’onore di ricevere tale personaggio. Io, invero, non lo conosco punto. Ma pare che sia di ritorno da una rivoluzione ad oriente: persa naturalmente. Ma piuttosto venga qui, Donna Elpida, che le intono un sonetto, le canto una romanza.”

“Fifì!”

“Donna Elpida!”

“Fifì!

“Sono ordunque io!”

“Fifì!”

“Donna Elpida…”

“Ma è lui! La nostra umile sebbene indomita cittadina sta per accoglierlo! Perché non ne sono stata tosto informata? Ma quale onore, quale privilegio, quale distinzione nel consesso del vivere urbano e civile! Presto, affrettati Fifì a trovare un luogo adatto, una giusta posizione, una buona veduta per assistere all’incedere dell’Eroe! Mai mi perdonerei se perdessi codesto spettacolo. Corri Fifì, orsù affrettati!”

“Va bene, Donna Elpida, parto di buon grado. All’unica condizione che sia io il suo chaperon.”

“E sia, Fifì, ma ora dipartiti.”

Giantremendo Torcone, detto Fifì, si dipartì. Donna Elpida in fondo lo teneva per il bavero. Giantremendo ne era a conoscenza ed accettava. Del resto, le sue rinomate grazie e la sua risata argentina lo alleviavano completamente dal doloroso incalzare della piorrea.

Temeva di non riuscire più, di lì a poco, a pronunciare determinate parole. Doveva sbrigarsi con Donna Elpida: doveva diventare la sua consorte! Prima che gli fallasse la favella o che, peggio!, un giorno o l’altro gli iniziassero a cadere i canini, magari durante una festa danzante o ad un thè del Marchese Amedeo Giandeuteronomio Provenzo di Rondò, tredicesimo Marchese della nobile casata e noto invertito.

Ma dove! Ma come accontentare la mia dolce Elpida!

A volte, tra se e se la chiamava così: senza il titolo. Lo faceva sentire spavaldo.

Proviamo al circolo della Caccia Disinteressata.

Lì avrebbe trovato dei buoni amici pronti a venirgli in soccorso.

Fine della prima parte.

Giorgione e l’enigma del Ca…rro.

17 ottobre 2010

Sono andato questo pomeriggio al Museo degli Eremitani a Padova.

Mostra: Giorgione e l’enigma del Carro.

Sono scocciato.

Peggio: sono scocciato e non so con chi prendermela.

La mostra costa uno sproposito, come del resto tutte le mostre in questa controversa nazione, grande produttrice di cultura, a cui la cultura ha sempre dato molto fastidio.

Inoltre, essendo iscritto all’ordine giornalisti, non ho pagato il mio ingresso. Il che, all’uscita, mi ha rincuorato piuttosto e anzichenò.

Ingresso nel palazzo prestigioso, molto bello e curato.

Si sale al primo piano e si accede alla mostra.

Una prima signora anziana, molto padovana e quindi molto elegante, mi strappa il biglietto. Mi dice di proseguire.

Proseguo lungo un corridoio libero e svio subito a sinistra, visto che nessun totem, nessun cordone, in generale nessuna cartellonistica me lo impedisce.

Interviene allora un signore distinto che mi dice: Giorgione?

Lasciamo da parte che a Cagliari, mia città natale, Giorgione sarebbe un’offesa: significa pressochè poco pratico della vita, nerd, impacciato, goffo. In ultima analisi, stupido.

Rispondo di sì e allora lui mi riprende e mi dice che per la mostra di Giorgione bisogna procedere, non sostare nella sala in cui mi trovo perchè trattasi di altra mostra.

Quale mostra? Dove è scritto? Comunque, cerco di essere conciliante e rispondo assertivo.

“E, di grazia, dove dovrei andare?” “Sempre dritto”, risponde l’anziano e molto padovano signore.

Ringrazio, andiamo sempre dritti.

Arriva un altro signore: Giorgione? Beh, a questo punto sì!, visto che non capisco dove devo andare…

Da questa parte, dice. Ok.

Inizio finalmente a vedere qualcosa di interessante. Proseguo. Arrivo ovviamente davanti ad un’altra signora. La seconda signora.

“Per la mostra di Giorgione, dovete tornare indietro e girare a sinistra. Questa è la fine della mostra di Giorgione e l’inizio di un’altra.”

Siamo a tre mostre sullo stesso piano. Credo una permamente e due temporanee. Della terza, nessuna indicazione, neanche a dirlo.

Torno sui miei passi, giro a sinistra e penso di aver finito di essere guidato. Riprendo ad osservare, pratica di norma usuale nei musei.

Una terza, sempre molto padovana, mi dice: “Le consiglio di proseguire, perchè lei sta osservando la fine di un percorso tematico volutamente creato dai curatori”

Beh, grazie. E’ la prima volta che vado in un museo e pensavo che i quadri fossero messi a cazzo. Cosa che per altro mi è realmente successo di vedere.

Naturalmente, non rispondo così. Finalmente non vengo più interrotto e in neanche venti minuti mi levo il dente.

Finisco, come previsto, davanti alla terza signora.

Proseguo verso la seconda, credendo che, nonostante la terza mostra, l’uscita sia comunque in quella direzione, visto che mi rimarrebbe come unica possibiltà quella assurda di tornare completamente sui miei passi.

E invece è quella assurda. La seconda signora mi riapostrofa, mi invita gentilmente a firmare il guestbook e poi mi agevola verso l’uscita, esattamente da dove sono entrato.

Sul guestbook, il mio precedente firmatario ha scritto in bella calligrafia: “Non mi è piaciuta. Pochi quadri”.

Avrei voluto aggiungere: “e molta confusione”, ma non l’ho fatto.

Per un semplice motivo:

a) non ho pagato. Anche se mi sto convincendo che è giusto (visto che ogni anno pago l’ordine e neppure poco!), comunque la cosa mi imbarazza sempre un pò. Mi fa sentire come un usufruitore di auto blu. Mia paranoia personale e contraddittoria, lo so.

b) le tre signore e i due signori erano comunque volontari. Questo lo so perchè anche il Professore, un mio amico, lo fa per il Touring Club.

I signori anziani, e tutti molto gentili, facevano del loro meglio. Il problema è che giustamente si limitavano a fare i vigili, a districare il traffico creatosi in uno spazio che non può accogliere tre mostre contemporaneamente.

c) E’ colpa del comune? Neppure. Con i tagli del Ministero, diventa quasi gioco forza stipare tutte le mostre in uno spazio, utilizzando dei volontari. Si risparmia sul costo più alto che ci sia in Italia: quello del personale e comunque si apre una mostra ai cittadini. Con dubbi risultati, certo…

Con chi me la prendo allora?

Con Giorgione? A parte che la risposta arriverebbe in forte ritardo, il suo aver dipinto ne La Tempesta (bellissimo!) il carro, simbolo dei Carraresi, sulla torre padovana, durante il periodo di epurazione veneziana seguito al solito tentativo di ribellione alla Dominante, beh: respect!

Un simbolo dipinto su di un quadro, non si può ritrattare il giorno dopo sul telegiornale, dicendo di essere stato male interpretato. Ci vuole del semplice e oramai sconosciuto coraggio.

“Cantate Omnes” che in latino significa “viva l’allegria!” secondo strumenti per le lingue di google…

Secondo me significa: “Orsù, cantate tutti!”, ma chi sono io per contestare google?

Commonplaces

14 ottobre 2010

Ma quanto mi piace indugiare nell’ovvietà!

L’ovvietà è rassicurante. E’ fatta di luoghi comuni, di espressioni predigerite. Condivise senza troppa convinzione. Piuttosto per convenzione.

Si nutre di luoghi comuni, di stupidità compiaciuta. Ma “stupidità” trattiene un giudizio morale di troppo.

Anche perchè io amo i luoghi comuni. E amo la gente che li usa. Non parlo dei soliti citati:

a) non esistono più le mezze stagioni;

b) la palla è rotonda;

c) il bicchiere può essere mezzo vuoto o mezzo pieno.

No. Non li usa più nessuno questi. Ce ne sono tanti altri, più veri, più profondamente vacui.

Perchè il luogo comune, per definizione, deve essere vacuo. Altrimenti rischierebbe di colpire l’attenzione, far pensare e quindi fallirebbe nel suo scopo: essere luogo comune.

Di norma ottiene risposte del tipo: “Eh, già…”, “E’ proprio così…”, ” Purtroppo…”. Sublimi momenti di imbarazzo, di partenze mentali verso luoghi più piacevoli, di fughe nello spazio virtuale che ognuno possiede. Di diritto.

Io li conto. Quando mi trovo di fronte al propagatore di luoghi comuni, io li conto. Molti mi deludono. Qualcuno mi rapisce.

Soglia che fa scattare il conteggio: due in un’unica conversazione.

Professionismo: tre.

Genio: quattro.

Fin’ora non ho mai trovato il cinque assoluto, ma continuo a sperare. Arriverà prima o poi. D’altronde, questi che viviamo, sono tempi maturi.

“Judy!”, che in tedesco, vuol dire “viva l’allegria!”, secondo strumenti per le lingue di Google…

 

 

 

 

Azioni quotidiane: arghh! parte seconda

12 ottobre 2010

1) Tappo della bottiglia dell’acqua che puntualmente finisce sotto il mobile della cucina, invece di avvitarsi.

2) Cavi, legacci, tracolle, cordoni vari che si impigliano dove non dovrebbero.

3) Confezionamenti di plastica vari, ad esempio la cassa dell’acqua. Ci vuole una forza paurosa. Bisogna avere dita d’acciaio perforante oppure le forbici. Maciste dopo dieci barattoli di ovomaltina forse ce la fa senza sforzo. Io non sono Maciste e l’ovomaltina…mmmh. Forse potrei provare con l’ovomaltina!

4) Cellulari sempre più tecnologici e con tasti sempre più piccoli per fare, in fin dei conti, sempre le stesse cose che facevi anche prima con bruttissimi citofoni da mezzo chilo che però erano indistruttibili, a prova di cretino e con tasti da ipovedente. Obiezione: molla questo con i tasti da dodicenne e comprati quello con il touch screen. Che richiede dita perfettamente pulite per il necessario grippaggio altrimenti smerdi tutto lo schermo oppure hai le sensazione di fare una partenza sulla neve. So che è inevitabile e mi piegherò anche io.

5)  Lo stendino. Come si piega uno stendino tradizionale? Stesso concetto della sdraio. Il massimo: lo stendino quadrato. Stendere sullo stendino quadrato corrisponde al montaggio di un mobile IKEA, difficoltà media. Alla fine diventa un cubo umido, più simile ad una lasagna che ad uno stendino.

Durante queste azioni quotidiane, io parlo con gli oggetti, un pò come quando guido e mi rivolgo ai miei gentili compagni di strada.

Mi sono sorpreso ad emettere i seguenti commenti ordinari (variano naturalmente in base all”umore della giornata):

1) Tappo della bottiglia dell’acqua che puntualmente finisce sotto il mobile della cucina, invece di avvitarsi. Mi rivolgo al tappo:

E fai il tuo lavoro, coglione!”

2) Cavi, legacci, tracolle, cordoni vari che si impigliano dove non dovrebbero. Mi rivolgo al cordame vario:

” Ma allora dillo…dillo, no?”

3) Confezionamenti di plastica vari, ad esempio la cassa dell’acqua. Ci vuole una forza paurosa. Bisogna avere dita d’acciaio perforante oppure le forbici. Maciste dopo dieci barattoli di ovomaltina forse ce la fa senza sforzo. Io non sono Maciste e l’ovomaltina…mmmh. Forse potrei provare con l’ovomaltina! Mi rivolgo alla plastica in generale, in particolare agli ideatori di packaging:

“Ma lo sai che hai la mamma troia? Lo sai, vero? E allora mandami tua mamma ad aprire sta cassa d’acqua che tanto lo so che beve dal rubinetto, quella grandissima….”

4) Cellulari sempre più tecnologici e con tasti sempre più piccoli per fare, in fin dei conti, sempre le stesse cose che facevi anche prima con bruttissimi citofoni da mezzo chilo che però erano indistruttibili, a prova di cretino e con tasti da ipovedente. Obiezione: molla questo con i tasti da dodicenne e comprati quello con il touch screen. Che richiede dita perfettamente pulite per il necessario grippaggio altrimenti smerdi tutto lo schermo oppure hai le sensazione di fare una partenza sulla neve. So che è inevitabile e mi piegherò anche io. Mi rivolgo al cellulare in generale e alle multinazionali produttrici in particolare:

“Adesso vado su e-bay e mi compro uno Star Tac, cazzo! Di quelli grandi che avevano l’antenna estraibile come nei film yuppies anni ottanta che per inciso mi facevano cagare ma avevano ragione loro!” Allora vado su e-bay e finisco per guardare altre cose ancora più umilianti tipo cerchioni sportivi da 18″ per l’auto che si vergognerebbero anche su Pimp my Ride.

5)  Lo stendino. Come si piega uno stendino tradizionale? Stesso concetto della sdraio. Il massimo: lo stendino quadrato. Stendere sullo stendino quadrato corrisponde al montaggio di un mobile IKEA, difficoltà media. Alla fine diventa un cubo umido, più simile ad una lasagna che ad uno stendino. Mi rivolgo allo stendino:

” Ma perchè a me? Perchè ce l’hai con me? Che ti ho fatto di male? E apriti stronzo!” Nel caso dello stendino quadrato, che preciso non è mio ( e non mi chiedete perchè devo stendere su stendini non miei!),  quando faccio l’atto grosso, finisco per stendere appendendo le lenzuola su porte, finestre etc…allora lo guardo e gli dico: “Lo vedi che non servi a niente? Ma dove vuoi andare…”

So che non esco bene da questo quadro ma, con domande tendenziose e subdole, ho acclarato il fatto di essere in buona compagnia e ciò stupidamente mi conforta…

“Tout le monde chante” che in francese significa “viva l’allegria” secondo strumenti per le lingue di google. Io di francese ne so una mazza e quindi potrebbe anche essere…

Azioni quotidiane: arghh!

9 ottobre 2010

Ho difficoltà nel compiere le mille e cinquecento quattro virgola sette azioni quotidiane che tutti compiamo quotidianamente.

Oggi mi concedo il lusso di essere pleonastico.

Da tempo cerco di capire da dove nasca questa difficoltà che mi porta ad essere a volte infastidito dal fatto che le cose, gli oggetti non rispondano al mio volere.

Rileggendo l’ultima riga credo di essere sprofondato in un delirio di onnipotenza ma proseguo lo stesso.

Vale a dire: perchè quando mi lavo i denti il dentifricio mi cade irremediabilmente sulla maglietta invece di stare attaccato allo spazzolino che poi sarebbe il suo mestiere?

Senza scomodare Murphy e le sue leggi, sebbene la loro semplice esistenza mi conforti nel mio non essere da solo in questa battaglia, l’insieme di queste piccole ribellioni, sommate nell’arco della giornata, costituisce gran parte della difficoltà esistenziale.

Se devi smontare qualcosa, è sicuro che il cacciavite giusto è l’unico che ti manca. Se devi fare il caffè, il cucchiaino carico, nel momento in cui stai completando sul filtro la piramide conica che ne determinerà la sua bontà, ecco che scarta in avanti e spalma la polvere su tutto il piano cucina.

Ci sono problemi più gravi? Certo. Queste piccole defaillances sono realmente delle stupidate? Non sono d’accordo. Sto diventando un soggetto isterico? Probabilmente. In ogni caso, non più di tanti altri che incrocio ogni giorno e negli occhi dei quali leggo comunque la stessa difficoltà esistenziale.

In conclusione: e quindi? E allora?

Nulla.

“Everybody sing”: “viva l’allegria!” in inglese, sempre secondo strumenti per le lingue di Google..

Ipocrisia e vecchi merletti

6 ottobre 2010

Chiedo semplicemente

che non si legga mai nei miei occhi

l’imbarazzo e la vergogna

di abbandonare una persona al destino meschino

che accuratamente ho evitato

che non si manifestasse.

Concetto complesso ma oggi materialmente realizzato.

“Todo el mundo canta!”

O altrimenti detto: “viva l’allegria!” in spagnolo, secondo strumenti per le lingue di Google…